Navalny: messaggi ad uso interno?

A collegare il caso Navalny ai peggiori sospetti sui servizi segreti è un nome: Novichok. Un agente nervino già usato in modo fallimentare contro Sergey Skripal, un ex agente del KGB. Stranezze. Perché a differenza di Litvinenko ed altri Skripal non rappresentava una minaccia, erano state le stesse autorità moscovite a lasciarlo partire.

Ma si poteva pensare comunque a una vendetta del GRU, o a un atto dimostrativo verso i cadetti, per far capire chiaramente cosa accade ai traditori. Caso che ha generato tensioni internazionali perché Skripal e sua figlia sono stati colpiti nel Regno Unito.

Ma nel caso di Navalny? Un cittadino russo, colpito in Russia… Perché potrebbe portare a sanzioni internazionali? Questo l’ha spiegato il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg. Se è Novichok è un’arma chimica, e come tale internazionalmente vietata persino in campo militare.

E se è Novichok, si dice, non può che essere la Russia: perché ce l’hanno loro, non se ne produce più e gli stock sono sorvegliati dal GRU.

Perché allora chi comanda in Russia avrebbe ordinato di usare un’arma così tracciabile, peraltro fallendo di nuovo? E contro un oppositore che, pur molto noto in Occidente, non s’è mai dimostrato in grado di sollevare grandi masse in Russia? Se un’arma che mette così in evidenza l’autore viene di nuovo usata, si può pensare che qualcuno abbia voluto lanciare un messaggio – minatorio, ricattatorio – o mettere nei guai qualcuno.

Sulla scena internazionale, nel mondo intero si muovono molte cose e diversi attori sembrano riposizionarsi. Le tensioni post-elettorali in Bielorussia si presterebbero a uno scenario del genere, per esempio: un messaggio per ricordare che Mosca può colpire senza grandi conseguenze alla fine. Ma si può anche pensare alle elezioni statunitensi, per esempio: Trump e a sua sospetta vicinanza a Putin potrebbero tornare sotto i riflettori, in un Russia-gate 2, perfetto ingrediente di una campagna elettorale già tesissima.

Oppure… Oppure c’è da chiedersi chi comandi davvero in Russia, o chi voglia recuperare un potere che ritiene suo di diritto. Sarebbe quindi un messaggio interno. Una pistola fumante messa in mano a Putin di fronte alla comunità internazionale.

Ovviamente non ho elementi per trarre conclusioni, e quindi mi fermo alle ipotesi, alle opzioni che considero più o meno valide.

Però un parere lo chiedo a chi ne sa molto più di me, non sul caso specifico ma sui servizi russi, il Novichok, i rapporti interni e internazionali. Mario Scaramella, lo ricorderete perché se ne parlò molto alla morte di Litvinenko. Negli anni successivi ha continuato a lavorare come avvocato e consulente di organismi internazionali ma anche privati, tra Londra e Bruxelles ma anche in Somalia, dove ha formato magistrati nell’Università del South West State, a Baidoa. Ultimamente ha avuto un ruolo importante nella realizzazione di una serie di documentari prodotti da Netflix sui grandi ricercati.

Ecco, nel video sottostante, la sua articolata opinione.

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