I complottisti non hanno ragione (ma nemmeno torto)

L’ultima è Android, cioè il ‘mostro’ Google, quello che sa o comunque può sapere più o meno tutto di noi, forse persino quello che non sappiamo noi stessi: qualcuno adesso si è accorto che l’ultimo aggiornamento del sistema operativo per tablet e cellulari ha introdotto una predisposizione al controllo.

E quindi hanno iniziato a dire, e a far circolare sui soliti canali social, che in pratica si stanno già monitorando i nostri spostamenti e i nostri contatti, senza che sia richiesta l’installazione di un’app (per l’Italia, la famosa ‘immuni’): installazione che, va ricordato, tutti i governi dicono che è o sarà solo su base volontaria.

Ovviamente non è proprio così, quella di Android è solo una predisposizione perché possano poi funzionare correttamente – e nel modo più semplice e compatibile possibile – le app che i vari governi stanno testando o già distribuendo. E ciascuno è poi libero di installarla o meno, la app.

I complottisti quindi hanno torto. Ma hanno anche ragione, perché ogni teoria del complotto (o più spesso ipotesi di complotto) trova fondamento in un contesto fatto anche di carenze comunicative, e non solo.

Fosse una situazione normale, al massimo l’iniziativa non comunicata o mal comunicata di Android susciterebbe qualche rimostranza nei confronti di Google, andrebbe ad aggiungersi alla già ampia area di sospetto nei confronti del colosso che gestisce buona parte delle nostre vite, ma non lascerebbe ipotizzare la complicità dei governi o addirittura il complotto sanitario a scopo di controllo sociale.

Ma non siamo in una fase ‘normale’: è invece normale che la compressione delle libertà e dei diritti individuali susciti adesione laddove la motivazione è chiara e condivisa, ma anche resistenze e sospetti che possono dipendere dallo schieramento politico, dalla visione dello Stato e dell’autorità, ma anche semplicemente dalla durata, dalla resilienza di ciascuno in fase di crisi o di isolamento, dal tipo di difficoltà incontrate dall’individuo e da errori di comunicazione.

In tutto questo, la cosa più semplice da fare sarebbe dare massima attenzione alla comunicazione.

Vero che proprio il Ministero dell’Innovazione ha fatto opera di trasparenza pubblicando anche il codice sorgente dell’app Immuni, oltre alla scheda tecnica, ma se un cittadino – e non un tecnico – prova appena a seguire i link forniti sulla pagine del ministero finisce subito nel caos: informazione in buona parte in inglese, non sufficientemente organizzata, manca o non è facilmente reperibile una spiegazione sintetica e al contempo completa sul funzionamento: quali dati, a chi vanno, come, perché… O almeno così sembra al malcapitato che arrivi sulla homepage del Ministero senza sapere dove cercare. In realtà le informazioni ci sono: nella sezione “notizie”, bisogna andare a cercarne una dell’11 maggio e lì c’è più o meno tutto. Lodevole iniziativa, ma se non le dai uno spazio fisso e sempre in evidenza finisce per essere valida solo per quel giorno.

Alla fine diventa una delle tante cose che si fanno per dire di averle fatte, nella mente affaticata di chi sospetta per abitudine o per passione (traendo peraltro linfa da una realtà che vede effettivamente un mondo diverso da quello solito in democrazia: sulla base del cui prodest è fin troppo facile, nella visione del complottista, dire che i sogni del nemico – compressione dei diritti individuali, collettivi, politici e del lavoro, controllo accresciuto, drastica riduzione del regime parlamentare, ruolo accresciuto delle istituzioni finanziarie e riduzione del contante, stati nazionali sempre più dipendenti dal concerto internazionale… trovano nel Covid la miglior bacchetta magica).

E se almeno quel Ministero ci ha provato, ha dato le sue dimostrazioni di trasparenza, bisogna però dire che anche una semplice disattenzione comunicativa rischia di avere conseguenze molto gravi in un contesto in cui Google per esempio, oltre a predisporre i telefonini (senza avvertire abbastanza) per le app anti-Covid dei vari governi, si associa poi con Apple per sviluppare anche una propria App con gli stessi scopi dichiarati… e se Immuni è nata da una cessione a titolo gratuito, si potrà dire lo stesso di quella di Google-Apple? E chi potrà controllare il rispetto della privacy su scala sovranazionale?

Potete leggere da voi il comunicato di Google, ma mi permetto di tradurne qui una parte: “Per prima cosa, in maggio, le due aziende rilasceranno delle API (Application Programming Interface, cioè interfacce per consentire ai programmi di interagire tra di loro) che renderanno possibile l’inter-operatività tra i device Android e iOS che utilizzino le app fornite dalle autorità sanitarie pubbliche. Queste app ufficiali saranno rese disponibili per lo scaricamento nei rispettivi app store“. E fin qui ci siamo: uno dei problemi riscontrati per esempio in Australia era proprio la scarsa compatibilità dell’app tra i due sistemi. E quindi, in pratica, se il tuo smartphone usa Android e ti vuoi segnalare in caso di contagio rischi di poterlo dire a tutti tranne a quelli che usano iPhone, o viceversa.

Ma il comunicato prosegue così: “Secondo: nei prossimi mesi, Apple e Google lavoreranno per abilitare una piattaforma più ampia di tracciamento dei contatti basato su Bluetooth incorporando questa funzionalità nelle piattaforme sottostanti. Questa è una soluzione più robusta rispetto alle API e consentirebbe la partecipazione di più persone, se scelgono di aderire, e renderà possibile l’interazione con un ecosistema più ampio di app e di autorità sanitarie“. Seguono le consuete formule di rassicurazione sull’importanza attribuita alla privacy.

Amici complottisti, fermi! Questo non vuol dire che i due mostri globali si prefiggano di scavalcare gli Stati, ma può voler dire semplicemente che l’aggiornamento dei due sistemi operativi include di défault la compatibilità Android-Apple, senza bisogno di interfacce specifiche aggiuntive.

Resta il fatto che la formulazione è abbastanza ambigua soprattutto nella prima frase, che effettivamente lascerebbe immaginare non un intervento per la sola interoperatività tra i due sistemi, per far funzionare correttamente le app nazionali, ma una sorta di super-app di tracciamento incorporata.

Comunque stiano le cose, quando si sale a un livello sovranazionale – ed è il caso di Google e Apple – un qualsiasi intervento, in qualunque forma, implica spostamento degli ambiti e delle capacità di controllo. E non può certo bastare la promessa di Google di interfacciarsi con la Commissione europea a rassicurare chi ha la tendenza a sospettare.

Ecco, questo è il contesto nel quale deve muoversi anche la ministra Pisano, aggravato – dal punto di vista, almeno, dei sospettosi – dalla scarsa chiarezza su alcune delicatissime task force, in primis quella guidata da Vittorio Colao, che in una recente intervista a Repubblica parla di “ridisegnare” la società e non si capisce bene su quali basi legali e con quale rappresentatività agisca. O la task force che tocca il delicatissimo tema dell’informazione e dell’opinione, quella “contro le fake news” annunciata a suo tempo dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione, Andrea Martella – annunciata non sul sito istituzionale ma su Facebook. E se sul sito della Presidenza del Consiglio, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, cerchi informazioni sulla misteriosa Task Force non ne trovi. Guardando nella sezione “notizie” per esempio, l’ultima è del 23 marzo, una decina di giorni prima che Martella annunciasse via social di aver messo insieme i suoi esperti. Che cosa facciano o abbiano fatto non è dato sapere, non si trova sul sito ufficiale, e quindi le alternative sono due: o non hanno fatto nulla, oppure fanno e non comunicano, nel qual caso: senza sapere cosa, sapendo invece che non c’è filtro parlamentare né forme di controllo esterno… come si può pretendere che anche questo dettaglio (infimo per alcuni, importantissimo per altri, comunque altamente simbolico se nemmeno il dipartimento per l’informazione informa) non contribuisca a un contesto, diciamo, aperto al dubbio?

Martella a parte, certo Colao non agisce nell’ombra, tant’è che la sua intervista a Repubblica del 28 maggio era la quarta da quando è stato messo alla guida della principale task force governativa. Ed è chiaro che si limiterà a dare buoni consigli, che poi il governo tradurrà più o meno in pratica con l’auspicabile ausilio del Parlamento. I suoi “100 progetti per trasformare l’Italia in un Paese per giovani” (titolo virgolettato di Repubblica, per fortuna non ritrovo una visione così poco inclusiva nell’intervista, benché l’idea di fondo possa apparire abbastanza ‘youth oriented’) saranno consegnati al governo “nei prossimi giorni”, e poi? E poi forse il Presidente del Consiglio terrà una conferenza stampa nella quale ringrazierà Colao e la task force e spenderà qualche parola per qualcuno dei progetti. Poi forse qualcosa sarà messo su carta quando verrà incluso in un decreto, forse se ne parlerà. Forse.

I più sospettosi continueranno a pensare che a Colao sia stato attribuito di fatto un ruolo capace di incidere concretamente sulle nostre vite, che il governo si sia auto-commissariato finendo per obbedire prima a un gruppo di esperti medici e poi ai vari gruppi di “tecnici” (che poi hanno le loro carriere che li legano a grandi aziende, gruppi, fondi d’investimento), saltando a pie’ pari il Parlamento ed ogni vincolo costituzionale. Gli altri potranno dire che si tratta solo di consiglieri.

Il fatto è che, soprattutto in una fase storica in cui i principali punti di riferimento tradizionali (religione, famiglia, posto di lavoro, patria o Nazione, società…) erano largamente ridimensionati già prima della pandemia e a maggior ragione lo sono ora, la logica predominante, forse paradossalmente, è ancor più binaria. Fatta di bit: 0 oppure 1, ci credi o non ci credi, ti piace o non ti piace, per o contro, vero o falso, eccetera.

I “come” e i “perché” intervengono solo dopo, quando i codici comunicativi si fanno più complessi, quando a un semplice “sì” al riso sei riuscito ad aggiungere un “sì” alla cipolla e un altro “sì” al brodo: è solo a quel punto che ragionerai su come metterli insieme e perché ti vada un risotto. In altre epoche erano l’esperienza, la tua cultura, il tuo gusto e i tuoi punti di riferimento a far nascere il progetto del risotto nella sua forma complessa e da lì far discendere il ragionamento sugli ingredienti – quello che c’è, quello che va acquistato, quello che vorresti modificare…

E’ una logica difensiva, semplificata in apparenza ma ancora più complessa nella realtà, proprio perché si basa sulla stratificazione di alternative secche, in un quadro di ricostruzione della personalità slegata da un progetto e da un’identità maturata in un contesto (familiare, professionale, sociale), dal quale vengono invece ora quasi solo stimolazioni.

Non dare sufficiente attenzione a una comunicazione onesta e completa e al contesto in cui si comunica finisce per favorire proprio quell’affastellamento di dati negativi che finiscono poi per formare l’idea complottista o, in senso contrario, un’adesione cieca all’autorità o al partito di riferimento.

La domanda non è più “ti andrebbe un risotto ai funghi?” ma è piuttosto una serie di proposte: “facciamo del riso?” “Ce la metto la cipolla?” Eccetera.

Fuor di metafora: è inutile dire che l’app è utile contro il Covid, a qualcuno che per varie ragioni è portato a sospettare che il governo complice del grande capitale abbia inventato la pandemia o nel migliore dei casi la sfrutti per asservire la popolazione. Inutile fare opera di trasparenza su una pagina web, se prima non hai badato a chiarire i singoli elementi dell’eventuale complotto.

Ed è poi lo stesso motivo per cui i sondaggi finiscono per avere una validità relativa: perché sempre meno persone decidono in base a una visione del mondo, a un posizionamento complesso e complessivo, e sempre più in base alla sequenza di input in un dato periodo. Ne consegue che un’informazione istituzionale dovrebbe essere onesta, completa, continua e pervasiva. E quando non lo è, è difficile dire che i complottisti abbiano del tutto torto.



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