COVID e Africa – perché c’è da aver paura


L’ Europa blocca i medicinali antimalarici , la Cina i test COVID. Ma abbiamo veramente capito la situazione?

Testo e foto Mario Scaramella

NDR: questo articolo è stato scritto nel mese di marzo. Come previsto dall’autore, la Somalia ha poi effettivamente palesato un alto profilo di rischio nell’Africa orientale, tanto che il vicino Kenya ha recentemente deciso la chiusura delle frontiere. I contagi sono effettivamente cresciuti, ma soprattutto è difficile avere cifre affidabili, tanto che lo stesso sindaco di Mogadiscio ha detto negli scorsi giorni che i morti sono probabilmente molti di più rispetto alle cifre ufficiali. E se questo accade nella capitale, è evidente quanto sia difficile avere contezza della situazione nel resto del Paese, dove in molti casi si procede a sepolture nemmeno registrate. 

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Gli sforzi per controllare la sindrome respiratoria acuta collegata al virus “Corona 2019”, dichiarata epidemia globale, sono diretti praticamente da un solo uomo, il Segretario Generale della Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ etiope Tedros Adhanom; in effetti una crisi internazionale, caratterizzata da veloce diffusione ed alta letalità è stata subito considerata la fattispecie concreta coincidente con le previsioni astratte dalla World Health Organization, che vedono in capo a questa struttura la regia di tutte le strategie, dei protocolli. Cina prima, Corea del Sud, poi Iran, Italia e da qui tutta Europa e poi l’America, si sono rimessi ai tecnici della WHO/OMS per quanto ai contenuti delle rispettive misure politiche, operative.

Non un azzeramento della politica e della attività dei governi, ma certo una forte oggettivizzazione, sui parametri del Dr. Tedros Adhanom, già medico e ministro della salute etiope, dei decreti e strumenti adottati in tutti i paesi. Il timoniere della più grande crisi è dunque un esperto nella lotta alla malaria, un ricercatore ed un politico africano, di Addis Abeba.

Cosa succede nell’ Africa orientale in questi giorni concitati e spaventosi?

Nell’Africa francofona, ad Ovest, sono già molti i casi di contaminazione ed in Nigeria è scattato un coprifuoco, non rigoroso come quello italiano forse, ma certamente importante; i paesi Mediterranei si sono mossi quasi all’unisono, poco dopo l’ Italia; nell’ Est del continente la situazione è più articolata.

I centri più importanti, gli aeroporti critici, sono certamente Addis e Nairobi: quest’ ultima è una città ordinata, abitata da disciplinati ex sudditi di Sua Maestà ancora legati al Commonwealth britannico nonostante la guida comunista del presidente Kenyatta, la storia si ripete in Kenya

Ebbene gli standard locali sono alti, sarà per l’impegno della Università ed ospedali dell’ Agha Khan, il principe ismaelita apolide, che fa dell’ eccellenza dei suoi progetti la propria bandiera, sarà per gli standards imposti dai grandi alberghi ai quartieri del centro, sarà per l’ impostazione culturale, ma gli abitanti di Nairobi sanno che non si fuma in strada (hanno apposite aree, come da noi neanche a sognarlo!) e parimenti sanno adeguarsi alle prescrizioni internazionali e governative. Come si usa dire nella regione i kenioti non sanno combattere ma sono cittadini diligenti. Forse per questo i numeri sono al momento rassicuranti, una sola vittima, 77 i contaminati, pochi per il principale hub aeroportuale dell’Africa, ponte con la Cina e con l’Europa per milioni di passeggeri. Il Potente comandante dei servizi segreti Gen. Kamerau studia le misure da adottare nel caso in cui l’epidemia dovesse deflagrare, assistito dai medici e consulenti cubani che -già da prima della emergenza coronavirus- avevano occupato le stanze dei bottoni in Nairobi ed anche la prima linea degli ospedali da campo (pagando in realtà un alto prezzo, con due medici rapiti da Al Shabab). Sede di importanti uffici delle Nazioni Unite, fra cui il Programma Nazioni Unite per l’ Ambiente, il Kenya è si un paese stabile, ma anche un avamposto per gestire una delle aree piu sensibili e pericolose del mondo, la Somalia.

Teatro di guerra civile per venticinque anni, tomba di milioni di vittime e dell’ onore delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, che ha saputo collezionare sconfitte e perdite spaventose, la Repubblica Federale della Somalia è un nuovo stato, che si contende il territorio della “grande Somalia” con alcuni paesi confinanti e soprattutto con la guerriglia islamista radicale degli Al Shabab, divisione di Al Quaida. Questo perdurante clima di guerra comporta standards di sicurezza sanitaria assai scarsi, mancanza di infrastrutture, carestia, enormi problemi di approvvigionamento idrico e di acqua potabile, malattie endemiche come il colera, ovviamente collegato all’ inquinamento delle acque e malattie specifiche dell’apparato gastrointestinale oltre che malaria e tutte le malattie tropicali legate ai protozoi come l’ ameba, le speciali salmonelle, poi la febbre gialla… Il colera in particolare è una malattia letale che fa vittime (700 deceduti solo nel 2017). Le condizioni ambientali del paese sono estreme, il paese è praticamente inesplorato dagli osservatori occidentali a causa delle severe condizioni di sicurezza (la presenza dei nostri diplomatici ed organizzazioni è limitata alla green zone dell’ aeroporto di Mogadiscio), ma ai militari della Unione Africana dispiegati sul territorio non sfugge il fallimento di tutti gli obiettivi del “Millennium Development Goals”, il programma globale delle Nazioni Unite che avrebbe assicurato pace, cibo, ambiente e salute (i goals da raggiungere entro il 2015 per l’ ONU: eradicamento della povertà, fame, mortalità infantile, HIV, della Malaria, delle altre malattie, garanzia di educazione, uguaglianza di genere, salute, sostenibilità ambientale, sviluppo). La Somalia è il grande laboratorio del fallimento della comunità internazionale che ancora oggi delega alle truppe di AMISOM quel che non sente di poter fare direttamente e che continua a costruire instabilità di livello regionale.

In questo paese i casi di COVID 19 sono solo un paio, ma cosa succederà? Quando in occidente ai nostri concittadini viene diramata una allerta speciale per gli ipertesi, immunodepressi, anziani, come si potrà tradurre la differenziazione del rischio in una società così provata? Quanti corpi nascondono ferite di guerra e proiettili mai estratti? Quanti “elders” con i tratti da anziani sono in realtà cinquantenni troppo intensamente vissuti, quale è la condizione dei detenuti nelle carceri, quanti bambini sono gravemente malnutriti?

La giovane economista Hamdi Mohamud Ilkacase, nobildonna Ajuraan, la stirpe che un tempo ha dominato dalla Somalia l’intera regione pan-indiana, dice che “la malattia potrebbe diffondersi velocemente perché le autorità locali non hanno fatto nulla per prepararsi ed il popolo somalo non ha compreso come questa epidemia sia una cosa seria, continua a vivere la propria vita, a banchettare e celebrare matrimoni, potrebbe salvarsi solo con una buona dose di fortuna ma non per la disciplina della gente, che al momento manca. Il governo centrale ha solo chiuso scuole e alcuni uffici ma bisogna considerare i poveri, i lavoratori occasionali, i disoccupati a cui non sono state date regole da seguire..’’

L’ Addetto economico per l’Europa del Ministero per la Promozione degli Investimenti ed il Commercio, il Dr. Abdirizak Amin della Ambasciata somala in Roma, specifica che il paese semplicemente non può permettersi una epidemia incontrollata, per la fragilità della sua popolazione, stremata dalla guerra civile, e per la mancanza di qualsiasi infrastruttura fondamentale. I finanziamenti internazionali si perdono per strada, nonostante grandi sforzi dei donors europei, l’aiuto distribuito ai paesi confinanti, membri della missione AMISOM, non è un vero aiuto al popolo somalo, cui non arrivano materialmente gli strumenti necessari. Il Ministro della Salute è stato informato, fin dai primi giorni della crisi, di una importante iniziativa della Addettanza Economica: l’acquisto direttamente dai principali e verificati stabilimenti industriali cinesi dei test per la diagnosi rapida del COVID19, i c.d. test laterali immunologici, di facile impiego (praticamente autodiagnosi), veloce risultato (15 minuti) e basso costo (tre dollari per il kit di analisi completo); in mancanza di completi dati scientifici l’ Ambasciata ha ritenuto di importare in Europa i primi tremila test, ordinati il 17 marzo, da un primario fornitore, la Boson Biotech, e di commissionare poi le validazioni necessarie ad un successivo uso massiccio in Somalia. Accuratezza, specificità, sensibilità dei test sono certificate dal produttore cinese, ma la vicenda coronavirus è troppo recente ed i casi verificati sono pochi, questi test costituiscono lo stato dell’arte a livello mondiale perché migliori di quelli americani ed europei, la Cina li ha prodotti prima, fin dalle prime fasi della emergenza, ma comunque, spiega il Dr. Amin, prima di distribuire alla popolazione somala milioni di test per mappare il rischio e la dinamica della epidemia “vogliamo certezze dagli studi che strutture e laboratori europei potranno fornirci, accedendo nel contempo a strumenti che non sono ancora disponibili in Italia e che potrebbero anche qui dare una svolta alla epidemia”.

Le condizioni sanitarie della Somalia – si pensi ai mercati, centri e campi profughi – sono tali che una ondata di contagi creerebbe focolai simili a quelli che si sono sviluppati laddove fasce deboli della popolazione, ad esempio gli ospizi in Italia e Spagna, sono rimaste esposte: il virus ne è uscito potenziato, amplificato nei suoi effetti letali, con conseguenze non solo locali ma sulla intera dinamica della pandemia. Non dimentichiamo che il virus ha una grande capacità di mutazione, questa è forse la sua caratteristica più pericolosa, e una culla, un incubatore di vittime inermi, potrebbe diventare fucina di un Super-COVID. Non si fanno illusioni i somali, sanno che un vaccino impiegherà almeno un anno e mezzo per essere ultimato e che per essere distribuito nei più remoti villaggi d’ Africa ci vorranno anni, l’unica arma sono i test diagnostici, per individuare ed isolare i contagiati.

L’approccio somalo in realtà serve sia al paese africano che a tutta la regione che si affaccia sull’ Oceano Indiano, strettamente interconnessa, e comunque anche a noi perché questo virus e le precedenti pandemie ci hanno insegnato il meccanismo dei vasi comunicanti: in un sistema, finché c’è anche un solo “infettivo” ed un unico “non immune”, il virus continuerà a girare e a far vittime; quando anche però il sistema dovesse stabilizzarsi, da una regione vicina e comunicante potranno arrivare altri infetti e contagiare chi non è immune; inoltre il contagio “di ritorno” potrebbe portare un virus più forte, adattatosi a condizioni diverse ed estreme.

Evidente che lo sforzo della Somalia e dei paesi che ad essa si sono rivolti per essere coinvolti in questa coraggiosa iniziativa, è importantissimo.

La crisi nella regione orientale del continente africano non è solo strettamente sanitaria, la popolazione ha compreso che oltre alla malattia sta arrivando la crisi economica. L’ Uganda che è un paese stabile e che da Entebbe ha ospitato le missioni ONU per il Congo (MONUC) vive di turismo, i suoi parchi nazionali sono meta ogni anno di ricchi turisti che affollano il “Queen Elizabeth”, “Impenetrable Mountains”, “Kidpo” e gli altri santuari naturali per osservare gorilla di montagna, elefanti e leopardi. Il turista bianco, qui chiamato “muzungu” non si fa più vedere da un paio di mesi ed i soldi sono subito finiti, la cosa durerà a lungo perché tutti sono più poveri ed in pochi potranno tornare ai safari africani, inoltre ai muzungu si comincia ad associare l’idea stessa di coronavirus, si ha paura degli italiani più ancora che dei cinesi, perché i media hanno raccontato che l’epidemia sarebbe iniziata da noi.

Comunque l’ Uganda, si è blindato, ha disposto la quarantena preventiva e spera di poter reggere all’ onda del contagio quando dovesse arrivare, sa che l’arrivo del collasso economico sarà più difficile da evitare, anche perché i soldi della cooperazione saranno certamente dirottati per emergenze interne dei paesi donatori, la pioggia di aiuti occidentali sarà certamente interrotta, limitata perché nessuno sarà cosi ricco da poter donare all’ Africa, dopo il collasso delle produzioni nazionali dei paesi industrializzati.

Si guarda già altrove a future alleanze, ai nuovi scacchieri post Coronavirus.

Tutta la regione vive in realtà questa doppia sensibilità, ci sono le menti elette, che sono capaci di guidare la strategia globale, c’è la sensibilità delle persone colte e di spessore ma c’è anche una popolazione talmente pressata dalla condizione di insicurezza sociale ed ambientale, che del rischio sanitario non arriva neanche a farsi una idea.

E’ la situazione di Addis Abeba, capitale di uno stato di cento milioni di abitanti che oggi conta venti casi positivi di coronavirus su 27 dell’intera Etiopia, che non ha potuto dichiarare un lockdown perché sa che i morti della fame sarebbero ben più di quelli del virus, ma che già comincia a vedere le file di persone fuori i negozi di alimentari.

Quindi nella città del Segretario dell’ OMS ci sono i morti di fame fuori le banche dei diplomatici, che qui hanno il quartier generale della Unione Africana, ci sono strade luridissime e malattie endemiche mortali, c’è una “socialità” che non può essere bloccata come da noi a suon di timbri e carta bollata perché è essenza di un popolo che vive di pochissimo, dorme in capanne o baracche e che ha una tradizione irrinunciabile spesso solo orale, o gestuale, che però è la cultura stessa di quel popolo. Il Dr. Tadros non riuscirà a distanziare gli etiopi.

Situazione emblematica è anche quella del Madagascar, ex colonia/ protettorato francese che rispetto alle ex colonie inglesi (Uganda, Kenya) ed a quelle italiane (Somalia, Etiopia) ha quindi una storia assai diversa. Il paese è terrorizzato dal rischio coronavirus, ha pochissimi casi, ma vive la crisi con al stessa ansia di noi altri, sente arrivare una crisi economica globale e teme una epidemia di quelle che ti mette in ginocchio il paese, ha una classe colta ed un popolo poverissimo. La Francia, l’Isola di Reunion (territorio francese d’ oltremare), è vicinissima fisicamente e politicamente…

Il Madagascar sa di essere un laboratorio di importanza mondiale, sente di essere in un certo senso al centro della grande epidemia, non solo per la questione della “pandemia” (curioso che il termine nelle sue etimologie indichi sia il tutto che anche il panico, dal dio Pan) o per il meccanismo dei sistemi comunicanti (la contaminazione che gira e che poi ritorna), sente forse -per l’ ancestrale istinto di un popolo molto legato alla sua terra- che il nocciolo del problema è qui, in Africa.

Il Dott. C. Visone è il Presidente della Camera di Commercio ed Industria malgascia, incaricato dall’ Economic Development Board del Madagascar, è l’artefice del bilaterale fra Italia e Madagascar e della vista del Papa Francesco, è anche il responsabile del servizio aereo elicotteristico delle forze armate: sempre in prima linea è il primo a muoversi quando c’ è una emergenza. Lui da malgascio e da italiano cerca di farci capire quale sia la sensibilità del paese: “In Italia si continua a dire che il Coronavirus per fortuna non è la peste; io ho affrontato la peste polmonare, nella epidemia del settembre ed ottobre 2017 ad Antananarivo ed al porto internazionale di Tommasina, ha fatto novanta morti ed un migliaio di contagi, è andata via come era venuta, poi ho toccato con mano la peste bubbonica, che qui è endemica, fa centinaia di contagi ma poche vittime, è la peste nera del nostro medioevo, si cura con l’ antibiotico se la prendi in tempo… Ecco, la peste, se restiamo ai numeri è meglio del coronavirus, stessa letalità, meno velocità di contagio, minore capacità di mutazione, è la stessa da secoli, il profilo della minaccia è dato dai ratti e dalle loro pulci, proprio come un tempo, ebbene il popolo malgascio sa affrontare la peste bubbonica e la peste polmonare, non è un tabu, ma non vuol dire che non comprenda come la malattia sia una sorta di potente predatore, capace di prendere forza e di travolgere tutto e tutti qualora trovasse un fronte debole, un focolaio importante.

Per questo l’ Africa è importante, in dieci anni abbiamo studiato aspetti di sicurezza ambientale e gli effetti dell’ epidemia di antrace in Uganda, che ha ammazzato gli animali selvatici ma è anche passata all’uomo, abbiamo studiato il colera in Somalia, l’ebola in Congo, la peste in Madagascar, abbiamo capito che il passaggio di virus e batteri da animali selvatici all’ uomo è frequente. In Uganda alcuni pescatori mangiavano feci di ippopotamo nel parco nazionale di Queen Elisabeth e per questo, quando gli animali per la siccità hanno scavato il terreno e trovato l’ antrace, lo hanno poi passato agli umani, abbiamo capito come ebola sia passato dalla scimmia all’ uomo in modo non dissimile, sembrerebbe, da come Covid 19 è passato dal pipistrello ad altra specie e poi a noi, ma abbiamo anche osservato che tutto ciò può essere prevenuto. Abbiamo capito che problemi ambientali portano peste e colera, portano la malaria, la malattia studiata per anni dal Dr. Tadros e che da sola miete centinaia di migliaia di vittime (e che con il cambio climatico in atto si sta estendendo anche fuori dell’ Africa, verso l’ Europa), soprattutto abbiamo capito che questi predatori invisibili sono sempre a tentare “la guerra dei mondi”, per parafrasare il film di Spielberg (e prima di lui di Byron Haskin), cioè se trovano un fronte debole dove lievitare poi ci provano a sterminarci tutti; abbiamo capito che le regioni sono vasi comunicanti, finché qualcuno sarà contagioso e qualcun altro non immune, le epidemie si espanderanno; abbiamo quindi capito che il cuore ed il futuro del problema globale è in Africa e che non si chiama solo “COVID 19” ma ci sono anche peste, ebola, colera, antrace, malaria con le loro potenziali variabili.

Siamo nelle mani di persone di buona volontà e di grande visione come il Dott. C. Visone ed il Dott. A. Amin, che hanno capito come il controllo a tappeto dei soggetti a rischio costituisca l’ unica realistica arma per salvare i loro paesi e quindi il mondo intero. Alla iniziativa della Addettanza economica della Ambasciata Somala hanno aderito anche il consolato della Repubblica Democratica del Congo, ed altri paesi, consci della importanza di test rapidi, semplici economici. Questa visione così concreta, efficace, realista ci fa sperare in un fronte comune per arginare il virus e ci spinge ad adottare misure parimenti semplici, dirette.

Una doppia doccia fredda arriva però oggi a frenare gli entusiasmi di questi pionieri della lotta al coronavirus, il primo fattaccio è il blocco alle esportazioni da parte di Francia ed altri paesi europei dei medicinali antimalarici: la clorochina potrebbe essere utilizzata contro il COVID e ne è proibita la fornitura all’ Africa! Quante morti dipenderanno da questa posizione unilaterale?

La seconda notizia è una lettera inviata alla Ambasciata somala in data oggi, primo aprile 2020:

Dear Customer, Recently, the Chinese State Council, General Administration of Customs of

China (GACC), and the National Medical Products Administration (NMPA) have filed a joint issue to temporarily restrict the export of COVID-19 immunoassay kits. To comply with the new regulations, we have decided to suspend accepting all new orders of the Rapid 2019-nCoV IgG/IgM Test Ca. Thank you for your supporting and understanding.

Kind regards. Xiamen Boson Biotech Co. Ltd.

(Gentile cliente, recentemente il Consiglio di Stato Cinese, Amministrazione Generale delle Dogane della Cina GACC e l’Amministrazione Nazionale per i Prodotti Medici NMPA hanno stilato una decisone congiunta di restringere temporaneamente l’export dei dispositivi relativi al Covid 19. Per rispetto alle nuove regolamentazioni noi abbiamo deciso di sospendere l’ accettazione di nuovi

ordini per i test rapidi 2019n COV Igv/igm. Grazie per il supporto e la comprensione.
Xiamen Boson Biotech Co. Ltd.)

Parrebbe che Europa e Cina non abbaino la stessa visione aperta dei nostri pionieri africani.

I romani non erano interessati all’ Africa nera, Hic Sunt Leones (Qui ci sono i leoni), scrivevano sulle loro mappe, le moderne potenze continuano ad ignorare.

1 Aprile 2020

Mario Scaramella

(director@swsuniversity.org)

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